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Locandina del film ritraente il Cristo Redentore sovrastante Maratea

Con l’appropinquarsi delle festività natalizie, che voi siate cinefili o semplici persone in cerca di rilassamento o svago, siamo sicuri che tutti dedicherete parte del vostro tempo libero alla visione di un bel film, magari in un cinema con amici, magari comodamente sul divano di casa con i vostri cari. Magari aspettate una nuova uscita, magari preferite la visione di un film datato, nei più dei casi già visto. E se siete alla ricerca di un impulso, noi vi suggeriamo Basilicata coast to coast

Basilicata coast to coast è un film del 2010 diretto da Rocco Papaleo, prodotto dalla Regione Basilicata di concerto con l’UE e distribuito da Eagle Pictures e Paco Cinematografica. Trattasi di una simpatica commedia della durata di 105′ nella sua versione integrale, ascrivibile alla categoria dei road movie.

La trama, infatti, narra dell’avventura di quattro amici musicisti, Nicola Palmieri (interpretato da Rocco Papaleo), Franco Cardillo (Max Gazzè, che cura anche la colonna sonora), Paolo Briguglia (Salvatore Chiarelli), Rocco Santamaria (Alessandro Gassman), i quali, coadiuvati dalla giornalista Tropea Limongi (Giovanna Mezzogiorno), intraprendono un viaggio che attraversa tutta la Basilicata da Maratea a Scanzano Jonico, dove sono diretti per un’esibizione musicale. 

Se siete degli appassionati del genere, dimenticate i motori rombanti delle motociclette dei protagonisti di Easy Rider – precursore del suddetto -, la selvaggia Route 66 e la controcultura che irrompe la scena sulle note rock di Born to Be Wild degli Steppenwolf. Il film di Papaleo non è niente di tutto questo, anzi…

«Quattro musicisti, un cavallo e un carretto, dal Tirreno allo Jonio a piedi: “Basilicata coast to coast”, così hanno chiamato la loro impresa e noi siamo qua a filmare un anacronismo» (Tropea).

Il leitmotiv è senz’altro quello del viaggio, caratterizzato, però, da una straordinaria lentezza. Straordinaria perché disattendende i paradigmi della civiltà occidentale, piegati alla ricerca ossessiva del risultato e intrisa d’arrivismo, permettendo – attraverso le varie tappe – ai protagonisti di ritrovare le loro reali ambizioni di vita e agli spettatori di riscoprire l’incanto di questa ignota regione. Ed è proprio questa straordinaria lentezza che conferisce alla Basilicata i connotati della sua straordinaria unicità.

La trama, tuttavia, risulta quasi banale, così come la pellicola, priva di qualsivoglia effetto speciale, a tratti rudimentale, ma in ogni caso vincente grazie a quella forte corrispondenza che vi è tra la resa formale e il messaggio che coltiva. La Basilicata di Papaleo, infatti, è una terra semplice che non ha bisogno delle macchine o di storie composite per essere raccontata: basta la fotografia dei suoi paesaggi naturali, resistenti contro la frivola ostentazione delle grandi metropoli e al contempo testimoni di una realtà inedita e generosa nella propria integrità; basta la sua gente, appagata dalle sue tradizioni e imperturbata dalle vanità della società dei consumi. La nostra Basilicata è una terra pienamente compiuta, che non ha bisogno di adeguarsi a un mondo che non le appartiene, ma di diventarne protagonista con la forza della sua – oggitempo – singolare unicità. Perché bisogna rincorrere il tempo degli altri, mentre si sta vivendo il proprio?

Ed è proprio quella già citata fotografia la dote principale della pellicola: la forza innovativa di Rocco Papaleo risiede nel fatto che, se altri autori letterari o cinematrografici in passato avevano raccontanto questa terra con perizia d’etnografo – si pensi a Carlo Levi, financo omaggiato nella pellicola, in Cristo si è fermato a Eboli o a Lina Wertmuller, di cui abbiamo già trattato I Basilischi -, l’approccio del nostro regista è invece simil-verista, sia per l’intento (fotografare la realtà), sia per il mezzo, ovvero attraverso il ricorso a un linguaggio comune e popolare.

Dimenticate, quindi, il sensazionalismo dei film americani, tipici della loro cultura e della loro società; Basilicata coast to coast ci piace perché, come la nostra terra, è un film sfacciatamente nostro.

ALESSANDRO ROSANO

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