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La copertina del film

Mai come in questi giorni una buona pellicola può essere d’aiuto per alleviare la tediosa monotonia a cui la quarantena sottopone noi tutti. Per cui, in occasione della celebrazione della Pasqua cristiana, la nostra rubrica propone “La passione di Cristo (The Passion of the Christ)di Mel Gibson, regista, sceneggiatore e produttore del film.

Diversamente da altri film che abbiamo trattato in questa rubrica, questo non è un film di produzione lucana o sulla Basilicata. Ma, essendo stato girato tra Cinecittà e i Sassi di Matera, ha indubbiamente il merito di aver contribuito a consolidare nel mondo la fama della città scavata e di aver inaugurato una proficua stagione cinematografica, che tra l’altro trova in Pasolini uno dei tanti precursori famosi.

Pur essendo – per impatto culturale e risorse economiche impiegate – un kolossal, esso non annovera un cast di star hollywoodiane. A parte Jim Caviezel (nella pellicola Gesù Cristo), compaiono diversi interpreti italiani, tra cui Monica Bellucci (Maria Maddalena) e Rosalinda Celentano (Satana), e attori teatrali, come la rumena Maia Morgersten (Maria).

Ascrivibile ai generi di film religioso e film storico, La Passione racconta le vicende riguardanti la vita di Gesù di Nazareth dall’agonia nell’orto del Getsemani sino alla Resurrezione, come dal Nuovo Testamento della Bibbia cristiana e dagli scritti delle mistiche Maria di Agreda e Anna Katharina Emmerick.

Dato l’orientamento unidirezionale delle fonti cernite dall’autore, la pellicola non può avanzare la pretesa di restituirci una verità storica sugli avvenimenti trattati. E saremmo in malefede se sostenessimo che quelle fossero le reali intenzioni di Mel Gibson. Questo approccio, però, non svilisce minimamente il valore dell’opera, al contrario gli conferisce un vigore inoppugnabile.

La Passione di Cristo, infatti, è molto più di un film, è un’esperienza mistica! Proviamo a spiegarne le ragioni. Innanzitutto vi è una singolare cura nei dettagli: non solo per l’attinenza pedissequa delle sequenze narrative alle scritture cristiane. Ma anche per le ambientazioni, i costumi e la lingua.

Proprio quest’ultima è un’importantissima peculiarità del film: l’adoperamento della lingua latina, di quella ebraica e di quella aramaica, da un lato è un’operazione ieratica di altissima sensibilità culturale, dall’altro ci rassegna una narrazione inedita nelle sequenze dialogiche, più che mai prossima al realistico.

A questo si deve aggiungere l’asprezza del film: l’odio, il rancore, lo scherno emergono senza filtri eccessivi in scene come quella in cui il Nazareno viene sottoposto a tortura. Il flagello che strappa via pezzi di carne ha sullo spettatore un impatto tale da avvilirne irrimediabilmente la sensibilità. E come potremmo riassumere tutto questo, se non proprio con la parola «passione»?

La passione è la colonna portante di tutta la pellicola. L’etimo lo individuiamo nella lingua greca nella voce πάθος, ovvero quell’eccitazione dell’animo, quella forte tensione emotiva opportunamente suscitata da uno stimolo proporzionato. Una condizione di cui la fede cristiana può rappresentare uno dei tanti medium, ma certamente non l’unico.

Mel Gibson ovviamente ci traduce l’accezione cristiana della passione, a cui si sovrappone il concetto di sofferenza, quale mezzo di espiazione. Un concepimento culturale giudaico che, nella figura del Cristo, rivaluta il significato di dolore conferendogli una funzione salvifica, consumando al contempo uno strappo definitivo con la cultura greco-romana e sovvertendo i precetti morali della società occidentale, ora all’insegna della probità e dell’umiltà. Come Nietzsche osserva lucidamente e, forse, con leggero ribrezzo nell’Anticristo.

Ecco, dunque, come Mel Gibson si riappropria della concezione aristotelica di μίμησις (in italiano mimesi), attuando nel solco della pellicola un’esperienza mistica che ci restituisce a pieno il significato della passione cristiana. Un’opera d’arte che va oltre una banale catechesi. Un’opera d’arte, il cui valore è pienamente – e forse ancor più – apprezzabile da una prospettiva laica.

Un’opera d’arte che, mentre siamo raccolti in un momento di grande responsabilità sociale, ci indica un percorso di redenzione e di rinascita del genere umano, attraversato dalla passione. Una prospettiva particolare verso un orizzonte universale.

ALESSANDRO ROSANO

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