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“Piegare i santi. Inchini, rituali e pratiche mafiose”, di Berardino Palumbo, Marietti 1820 (Bologna, 2020), pag. 176, euro 13.00.

Il ricordo delle devote scalze al mio paesello lucano durante la processione del patrono e quello del bambino spaesato fatto calare a Brienza sempre in omaggio alla fede sono niente paragonati ai riti del fustiganti resistenti in diversi altri paesi del Meridione; e, tutto ciò, incontra in qualche misura alcuni passaggi del saggio “Piegare i santi. Inchini, rituali e pratiche mafiose”, pubblicato dall’antropologo Berardino Palumbo. Lettura che, con tutto il rispetto del caso, agganceremmo a “Maledetto Sud” di Vito Teti e “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano.

Da noi che conosciamo soprattutto i riti del venerdì santo di Bari e le tetre usanze che partono il giovedì santo nelle lande pugliesi di Taranto.

Tra i tanti casi descritti e sui quali ragiona Palumbo, quello della Madonna del Ponte, la cui celebrazione in tempi passati veniva finanziata anche da ‘devoti’ italoamericani. Palumbo ha uno sguardo originale sulle feste religiose affollate di madonne locali portate in processione, “vare” di Cristi deposti sanguinanti, confraternite, uomini autoflagellanti, incappucciati, bambini denudati e protesi verso i santi. Pratiche di un mondo apparentemente arcaico. Che poi vedremo anche grandemente moderno. Del Mezzogiorno. Ma replicato in alcune realtà del nord dove sono insediate comunità calabresi o sicule.

Per Palumbo, che tra le altre cose s’unisce in qualche modo alla scuola anti-Banfield, innanzitutto la messa in scena degli inchini rituali delle statue davanti alle case dei boss non è la rappresentazione di “una stereotipa società tradizionale e non sono necessariamente mafiosi”. Tanto per cominciare. Ché Palumbo comunque parla dall’interno d’autentiche manifestazioni popolari, anche in quelle zone grigie dove s’agitano fazioni politiche e cosche mafiose che occupano spazi sociali e culturali. Da Palumbo letto come un aspetto della più ampia religiosità, né pagano né pre-moderno.
Mentre famiglie mafiose tentano di controllare tempi e ritmi delle processioni religiose. Il lingere terram rappresenta poi solamente il caso più esemplare della commistione fra ignoranza popolare e culto stesso della pratica religiosa. Palumbo vuole però, a tratti riuscendoci, bacchettare quelli che a lui sembrano giudizi eccessivamente illuministici. A volte auto-flagellandosi: in un passaggio deve perfino ammetter d’esser stato costretto a esser quasi omertoso. Quando sappiamo benissimo che anche la tradizione gesuitica oggi ovviamente evocata, è insufficiente a rimembrare quanto sempre e comunque la pietà popolare è la maschera più accattivante della degenerazione dei sentimenti religiosi di gruppi di credenti.

Nunzio Festa

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