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Il tempo e lo spazio del monte Cairo, il fiato sul collo delle Piccole Dolomiti Lucane, il Monterrone del nostro retroterra ideale, dove sentiamo Campana che livella i suoi passi antichi sulle nostre moderne misure di vertigini esistono oggi soltanto per sostituire la memoria del brigantaggio col sacramento di san Benedetto che fece un miracolo in forma di mattoni.

L’Abbazia di Montecassino, fatta per la prima volta (perché quattro volte verrà ricostruita al fine di farcela apparire com’è oggi) nel 1529, è incastrata tra la geografia temporale di quella Subiaco che vide il Santo nel suo periodo d’eremitaggio e l’eremo difensivo Rocca Janula. E Benedetto da Norcia qui volle sostituire il culto pagano già professato su quest’altura issata su spaventosi tornanti con la devozione a san Martino.

I Longobardi, i Saraceni, gli Alleati, perfino il terremoto – quello del 1349 più esattamente – provarono ad abolire l’esistenza di questo monastero. E l’Abbazia d’oggi è quella ricostruita nel secondo Dopoguerra; perfino cercando d’utilizzare materiali usati in origine. L’Abbazia di Montecassino, è possibile tranquillamente testimoniare, una forma di rinascita della bellezza. La prova di come ci si può intestardire nella difesa d’alcuni priorità esistenziali della ricerca della cura delle arti.

La serie di paurose curve conducenti alla salvifica vista dell’Abbazia issata sul Monte Cassino, annunciato casualmente da un cielo portatore di bizze e fasci di luce calate sul suolo come la desolata Rocca e l’uscio del cimitero polacco, è un batticuore. Ma capace di spostare il pensiero del basso con la volontà forte d’arrivare nell’alto che dalla Cassino ricostruita dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale invita con prepotenza; gigante come c’appare, perfino da chilometri di distanza – pure dalla complanare e dall’autostrada -.

L’ingresso dato dalle prime scale, che niente avranno della fascinosa salita artificiale che conduce alla Cattedrale dedicata a santa Maria Assunta e san Benedetto da Norcia. Pur spiazzandoci già con la storia della fondazione voluta direttamente dal santo nel 1529, mutando il tempio pagano che qui resisteva in luogo di culto dedicato a san Martino, sarà la chiesa cattedrale a dirci nuovamente che la grandezza può esser impressionante. Specie se, come qui, sublimata dal dna delle opere presenti in questi metri quadrati di meraviglia.

Il monastero fu ricostruito fu comunque ampliato nel 1627, nel progetto di base che oggi s’apprezza, fatto dalla mano di Cosimo Fanzago. L’imponenza delle opere custodite nella chiesa impressiona uno sguardo meno compiuto, epperò provocandone la reazione di stupore immaginabili davanti all’infinito poggiato nelle corsa dei tempi moderni. Le navate, il coro, il presbiterio e gli altri dettagli splendenti invitano a sperimentare attimi di lentezza da garantire alla missione compiuta d’artisti e artigiani seicenteschi ecc.

Se in una campata della navata destra sono stipati i “resti mortali” del fratello di Pipino il Breve, Carlomanno, nella prima sono consumati quelli di san Simplicio e san Costantino. Molte opere sono sono firmate da Franceso de Mura, discepolo di Francesco Solimena e di Paolo de Matteis; nella terza campata della navata sinistra, poi, spicca la Cappella di Sant’Apollinare, con un ambiente dedicato all’abate di Montecassino con un’urna che ne ospita i resti mortali sotto l’altare, realizzate dal pittore Luca Giordano. Nella cripta, tra le altre cose, la Cappella di san Benedetto, con dipinto di Marco Mazzaroppi e, ai lati, le cappelle di san Placido e san Mauro.

Nel 2010, la scrittrice ed editor Helena Janeczek ambientò in queste lande il potente romanzo “Le rondini di Montecassino”, che ricordiamo ovviamente scrutando in maniera fuggitiva sfiorando di fianco e dall’alto il cimitero destinato ai soldati polacchi morti qui durante una delle più note battaglie di quel fascio di storia e pezzetti di storie. E ci ricordiamo che le ceneri delle guerre o le maledizioni della natura possono esser semi di resistenza verso una rinascita della bellezza. Ché qui esiste la proposta del riscatto di tutto ciò.

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