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Il monastero del Chiostro del Bramante, al contrario di quanto abbiamo voluto commentare alcuni visitatori di “Banksy A visual protest”, mostra dedicata all’artista anonimo che resterà aperta fino ad aprile del 2021, è il contesto perfetto, a mio avviso il luogo perfetto per ospitare una delle contraddizioni viventi più significative e vistose della cronaca innanzitutto e, in un secondo momento, della Storia dell’arte e non solo (forse); il chiostro romano posizionato di fianco a una delle mille chiese romane, santa Maria della Pace, è esempio di forma e sostanza della categoria “classico”; come appunto la meraviglia, altro esempio immaginifico quanto reale assai, delle ‘sibille’ attribuite al Raffaello e poste a futura memoria di bellezza fra i quadri di questo luogo di culto infilato tra il respiro di Piazza Navona e la scia magica del Pantheon, che di Raffaello Sanzio ne trattiene il ricordo fisico e morale, l’idea delle sue spoglie mortali.

Per me che qui arrivo direzionato dalla spinta odorifica delle opere di Michelangelo Merisi anticipate dal pannello introduttivo (peraltro stranamente e malamente corroso da due refusi nel testo), del Caravaggio tenuto nella cappella Contarelli della chiesa di san Luigi dei Francesi, è una specie di continua immersione nelle contraddizioni. Vista la purezza della devozione religiosa a sant’Agnese in Agone, il conforto dell’incoerenza invece che stridere con le mie convinzioni, m’allieta. E un alleggerimento, per un certo qual verso, dopo esser stato quasi al vizio di piangere davanti alla tomba di Raffaello e rimanere estraniato dalla potenza simbolica e benagurante, oserei dire, posta a difenderne il ricordo.

Il chiostro cinquecentesco, sporcato ancora – al pari di quello che l’artista sconosciuto dice e fa normalmente – dalle stanze destinate a vendere i prodotti logati del marchio attualissimo Banksy, è arredato (a mio modesto parere questo è il termine più adatto) con più di 100 opere della figura misteriosa probabilmente nata a Bristol negli anni Settanta. Stampe su carta o tela, opere uniche realizzate con tecnica dell’olio o dell’acrilico, stencil su metallo o su cemento, sculture di resina polimerica dipinta o di bronzo verniciato. Fino ai progetti di vinili e dischi. Passando per un’istallazione dedicata all’integrazione dei migranti e un documento video proiettato su tre pareti d’un’altra delle stanze del Bramante.

Forse la mia preferita rimarrà per sempre “Toxic Mary”, con la madonna che allatta il bambino con un biberon mortale. Epperò forse insieme ad alcune altre: su tutte, certamente, quella che la “Barely Legal” che mi tatuai sull’avambraccio. Fino alla intransigente “Sale Ends Today”. Con un punto in più, ancora, al Cristo crocifisso che mantiene le buste della spesa e la similari, per contesto ideologico e struttura simbolica “Golf Sale”.

Il mio viaggio entra in ogni opera-prodotto di Banksy. E la critica al consumismo insieme alla contestazione per questo capitalismo, settori vitali dentro i quali di certo l’artista agisce e dal quale trova linfa per esistere sono l’incoerenza che più amo.

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