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“La civetta cieca”, di Sadeq Hedayat, traduzione d’Anna Vanzan, Carbonio Editore (Milano, 2020), pag. 135, euro 14.50.

“Nella vita ci sono malanni che come la lebbra, nella solitudine, lentamente mordono l’anima fino a scarnificarla. Non è possibile parlare con altri di queste sofferenze: in genere, è costume considerare questi malanni poco credibili, eventi singoli e rari. Se qualcuno ne parla o ne scrive, la gente finge di crederci, abbozzando un sorrisetto sarcastico, mentre in realtà continua a rincorrere le proprie opinioni o quelle più comuni. E’ ciò accade perché il genere umano non ha ancora escogitato né un rimedio né una cura per questi affanni. L’unica terapia è l’oblio dato dal vino, o la sonnolenza provocata dall’oppio e droghe simili: purtroppo, però, essi procurano effetti solo temporanei, e la pena, anziché scomparire, dopo qualche tempo si palesa ancor più inesorabile”. L’incipit di questo romanzo spiega già molto chiaramente perché e per come lo scrittore iraniano nato al terzo anno del Novecento, è spesso definito iniziatore (addirittura) – marchiamo travisando Bloom e il nostro Debenedetti – d’un canone; in forma e coraggio d’overture musicale: qui lo scrittore nato a Teheran, lungamente censurato, disegna il Malessere e non conosce, ancora, quella che sarà la sconvolgente possibilità futura: gli psicofarmaci.

Mentre è ancora fumante la riscoperta di Cendrars, nel durante dei consigli messianici di Terzani e la prosa geometrica di “Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino, guardando con ammirazione e da scolaretto “Il dono di Humboldt” e “Lezioni di anatomia”, appare intanto la figura d’un Hedayat tenuto bloccato dal governo di Reza Shah Pahlavi, tanto da costringere l’autore a far uscire “La civetta cieca” prima a Bombay). Siamo nel ’36. E, appunto, soltanto successivamente questo capolavoro verrà pubblicato in patria. Ora proposto per la prima volta in italiano direttamente dal persiano, grazie ad Anna Vanzan.

L’inganno dell’avventura oppiacea spedisce il miniaturista di portapenne nel profondo della sua anima, attraverso illusione/realtà del pensiero per la moglie e di quello per una veramente immaginaria donna del mistero. E si chiude nella stanza di casa: da cui solo un pertugio lo collega con il mondo di fuori.

“E lei? La ‘Sgualdrina’, com’è chiamata, preda e cacciatrice allo stesso tempo, incapace di volergli bene, si chiude a sua volta in una catena di tradimenti. Ma tutto è reale e tutto è finzione. Anche la girandola di personaggi – che vivono forse solo nelle visioni della ‘civetta’ l’autore-protagonista, appunto, simboleggiato non a caso dall’uccello che rappresenta la sfortuna nella tradizione persiana – colti nella loro disumanità avara e a-relazionale”, propone su tutto il piccolo ma interessante editore.

Anticlericalismo, erotismo. Visti ipocritamente esiziali anche dal regime teocratico degli ayatollah odierni, nonostante questo romanzo sia considerato fondante la letteratura persiana contemporanea. Dove una persona essenzialmente sola arriva a toccare il fondo.

Gli strumenti per leggere quest’opera sono di molti, ma si faccia attenzione a usarli nel migliore dei modi.

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