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Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi”, AA.VV. (Laura Bosio, Guido Conti, Donatella Di Pietrantonio, Carlo Grande, Giuseppe Lupo, Raffaele Nigro, Laura Pariani), presentazione di Piero Lacorazza e Gianni Lacorazza, Donzelli Editore (Roma, 2020), pag. 187, euro 17.00.

Correvano l’anno 2006, quando la piccola e prematuramente scomparsa editrice pavese Eumeswil ci chiese un racconto nato nelle terre lucana per l’antologia “Storie d’acqua dolce”. E pensammo al Basento letto e poi scritto e circoscritto in una zona condivisa fra lavoro degli operai e inquinamento da fusti radioattivi; punto specifico che torna alla mente ascoltando le similitudini concrete e non fra quel volume e questo ancor più interessante, per varie ragioni, “Le vie dell’acqua”. Testo, sottotitolato “L’Appennino raccontato attraverso i fiumi”, ideato e redatto grazie alla sinergia fra la Fondazione Appennino, il Parco Nazionale del Pollino e il Comune di Montemurro. A proseguire la serie “Civiltà Appenino”.

La presentazione firmata dai fratelli Lacorazza è colma di riferimenti a Sinisgalli. Che rappresentano la semplificazione d’un concetto: l’incontro virtuoso fra i luoghi e la modernità pura. Ma in un contesto dove le acque permettono e spesso agevolano il fluire delle storie e della Storia. Contesto fatto così grande come la spina dorsale appenninica. Scorsa dal linee d’acqua che sono arterie di contadini, briganti, paesaggi, arte. Rappresentazioni che presto diremo più nello specifico. Fortunatamente senza confini fra i territori, appunto.

L’antologia mette insieme saggi puri, Lupo e Nigro per esempio, a racconti purissimi (vedi Conti e Grande, con la sua cura da reporter qui).

Laura Bosio parte dalle cura per l’altro che negli anni hanno dato al suo lavoro d’insegnante per i migranti.

Guido Conti, attraverso un’infinità di citazioni, frammenti di cinematografia inclusi, ci spiega il valore del Po.

Donatella Di Pietrantonio ambienta il suo scritto in ricordi fra i muli e l’infanzia. Ragionando come agli esordi del realismo. Come da queste latitudini ben si sa, forse. Noi vediamo quindi il sapore del fico brogiotto.

Carlo Grande, appunto, da giornalista di viaggio ci ricorda dei mondi: passando dal fiume più lungo del mondo: il Fiume Giallo in Cina. Con racconti di racconti. E la gemma d’un ricordo d’una data più volte storicamente importante: il 29 novembre. Quindi del 1864 per la vicenda della battaglia poi cantata del Sand Creek. Un grande che verso la fine del suo intervento ricamerà: “L’amore è come l’acqua, scorre dove vuole”. Con fuoco giovane e antico d’una poesia di Carver.

Giuseppe Lupo comincia alla stregua d’una vecchia giramondo incontrata più volte a testimoniare “Ciascuno ha le sue storie”. Qui parafrasata in “Ogni fiume ha le sue storie”. Lupo è come il Danubio, ovviamente citato. Per Magris. E per la sua significanza di portatore di popoli nella linea dei secoli. Lupo che in poche pagine analizza la storia della letteratura dell’Appennino in relazione ai fiumi e alle montagne, ma sentendosi chiamato a dirci delle necessarie riletture – contestualizzate per il calendario – dei classici dell’antropologia, delle altre scienze sociali sorelle e non solo. Con un focus su autori che hanno detto molto per il futuro, e che hanno scritto filoni d’indagine narrativa. Fra realismo e storiografia.

Prima della chiusura totalmente narrativa di Laura Pariani, al compito di completare il quadro di studio, comprensivo d’una critica coraggiosa e indispensabile alla narrativa attuale, ottempera Raffaele Nigro. Righe dal quale estrarremmo però solamente due ‘notizie’ su tutte. Sapendo comunque che questo saggio di Nigro è una miniera in quanto a nozioni per esempio sull’arte custodita in mille luoghi della Basilicata. Insomma che a Brienza vorrebbero far arrivare il riconoscimento di Patrimonio immateriale dell’Umanità dell’Unesco alla processione del Cristo del XIII secolo. La presenza nello stesso paese, messo e tenuto sempre fra brigantaggio ed emigrazione, d’un opera di Luca Giordano.

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